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PuLcE_yEp
[cUOrE Di cRistALLo]
 
 
 
 
           
       

non resisto agli abbracci, c'è qualcosa di affettuoso quando qualcuno ti abbraccia. forse è la parte migliore di tutto: un attimo di silenzio, nessuna parola a distruggere la forza di due braccia che ti stringono e u corpo che si avvicina necessariamente al tuo

Il tempo si sveglia e muore ogni ventiquattr’ore, e io non provo nulla, non m’interessa di nulla, noto a malapena la diversa colorazione che assume il cielo.

L’unico segreto che mi contraddistingue è una mano ferma mentre dipingo, per il resto tutto ha sempre lo stesso sapore insipido e malinconico.

Non so nemmeno perché sto piangendo, ma è cosi.

La mia immagine se ne sta dritta in piedi a fissarmi mentre tiro su col naso, mentre sono triste e come al solito un po’ malinconica.

Nessuno deve vedermi piangere.
Io non devo piangere

e sentire fa rumore, fa rumore camminare tra gli ostacoli del cuore
quante cose che non sai di me, quante cose devi meritare, quante cose da buttare nel viaggio insieme

"NEL BUIO TU CAMMINI CON ME"

"vorrei il tuo tempo per dargli importanza,vorrei che fosse il giorno più adatto PER NON SENTIRE LA TUA MANCANZA"

ti abbraccerei forte, cosi forte da farti male, vorrei sentire il tuo cuore che batte contro il mio, stringerei la tua anima con due manette di seta e la legherei alla mia per sempre.
sfiorarsi, sfiorarsi l'anima senza toccarsi davvero, sfiorarsi senza usare il calore delle mani.
i miei nervi si consumano sul tuo viso,
e sono stanca di amare la tua assenza, ma non mi stancherò mai di amare il tuo riflesso

hai cercato di capire, ma non hai capito ancora se di capire si finisce mai
hai provato a far capire con tutta la tua voce anche solo un pezzo di quello che sei
con la rabbia ci si nasce o ci si diventa e tu che sei un esperto non lo sai
perchè quello che ti spacca ti fa fuori dentro, forse parte proprio da chi sei
e ti sei opposto all'onda ed è li che hai capito che più ti opponi, più ti tira giù. e ti senti ad una festa per cui non hai l'invito, per cui gli inviti adesso falli tu

cerco di odiarti, di cancellarti, ma se ci penso mi vien voglia di
STRINGERTI

io adoro il fatto che tu abbia freddo quando fuori ci sono 25 gradi. Adoro il fatto che ci metti un'ora e mezzo per ordinare un panino. Adoro la piccola ruga che ti si forma sul naso quando mi guardi come se fossi matto. Adoro il fatto che dopo aver passato una giornata con te, possa ancora sentire il tuo profumo sui miei vestiti. E adoro il fatto che tu sia l'ultima persona con la quale voglio parlare prima di addormentarmi la notte. Non è che mi senta solo, e non c'entra il fatto che sia Capodanno. Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile.

Luca.

Ed è un altro compleanno, un altro da sommare a quelli in cui manchi.

Se lo raccontassi a qualcuno che non mi conosce mi prenderebbe per pazza, o penserebbe che il destino è davvero strano, ma è tutto vero.

Ho pensato spesso a cosa farei se tu fossi ancora qui, a che cosa saresti per me.

Poi un giorno ho smesso di pensare.


Quasi lo obbligai ad amarmi, lui non voleva e io non riuscivo a farmene una ragione. Lui non voleva perché non voleva farmi del male.

Scoprii in seguito chi era realmente Martino.

Non si può chiedere a una puttana di amarti. Non si può e basta.

E martino è una puttana
























 

 
15 settembre 2008

Quattordicesimo Capitolo: Qui Vale La Regola Se Non Provi Non Riesci

non so definire quello che farò.
non vorrei chiamarlo coraggio perchè non sono mai stata una così tanto coraggiosa da prendere decisioni di questo calibro, ma forse un pò di coraggio c'è.
mi rivedo con un drum in mano, i capelli sfatti, le occhiaie, mentre butto fuori il fumo e ho quella cosa dentro che mi dà fastidio, che mi fa male, che non mi fa vivere bene.
non sapevo definirla allora, ma adesso so cos'era.
era la voglia di cambiare, di andare via, e non solo per delle vacanze estive.
dovevo fare la stagione ma come sempre arriva un punto in cui devi decidere se andare o restare, è quel momento che dura pochissimo, e prevale sempre un sentimento, una sensazione, un pensiero.
e non mi sono mossa.
ho dato la colpa a chissà cosa, solo per giustificare la mia mancata partenza che decantavo da mesi e mesi.
e ho passato un mese fantastico, con la solita gente, con i soliti casini, con le solite braccia che mi hanno sempre stretta forte, con le solite albe e i soliti tramonti, che parlatemi di quello che volete, ma saranno sempre i più belli.
ho chiuso tanti rapporti. e questa volta per davvero.
ho pensato a Roma in una giornata caldissima, e ho sentito che quello era il momento di decidere.
era quello il punto in cui senti se devi andare o no.
e ho preso una decisione senza cambiare idea neanche una volta.
ho pensato a Milano, alla mia Milano, alle sue serate gelide e alle sue mille luci quando è notte.
ho pensato al rap e alla fotta che solo qui la gente ha, ho pensato ai miei amici, a tutti i momenti passati insieme, alle serate in piazza e a quelle in giro, ho riassaporato ciò che ho provato con loro, e ciò che ho provato quando ero sola.
ho pensato alla scuola, alla fine, alla Silvia che ha deciso di inseguire l'Amore e di andare a vivere a Trani, ho pensato a tutte quelle mattine e a quella strada interminabile, ho pensato al mio futuro e non volevo già sapere come sarebbe stato.
e allora ho deciso di andarmene.
spinta da una facoltà che qui costa troppo, spinta da un sogno e dalla voglia di raggiungerlo, spinta dalla bellezza di Roma quando è notte, e spinta da nuova gente, nuovi posti, una nuova città da scoprire.
in tanti mi hanno chiesto il perchè della mia scelta, ed è una domanda a cui non so rispondere.
semplicemente sento che lo devo fare.
è solo che ho sempre saputo che sarebbe andata cosi.
è solo che il mio cuore è a Milano, è in mille cose che non troverò da nessun altra parte, è in mille stradine che so a memoria e che non tutti conoscono, e so che quando tornerò proverò sempre la solita e perenne sensazione di amore e possessione che ho da quando sono piccola, e che provo ogni qual volta mi trovo davanti al Duomo, e questo non cambierà mai, neanche a migliaia di kilometri di distanza.







[sei troppo bella per dirti addio]




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26 maggio 2008

Tredicesimo Capitolo: La Vita è Un Attimo

non mi ricordo se è successo qualcosa di importante da scrivere.
ho pezzi di vita dentro che è da un pò che non tiro fuori.
è da un pò che non penso a quello che faccio, lo faccio e basta.
respiro fumo denso e lo fumo tra un intervallo e l'altro.
abbraccio fede e dividiamo due auricolari, si ferma a guardarmi e a volte mi ruba qualche bacio quando mi vede, e poi diventa tutto rosso e io mi metto a ridere e continuiamo a fumare e ad ascoltare marra e a parlare di rap.
ho tanto rap intorno, ho troppo rap dentro.
parlo con kuno, saluto rayden, passo la canna ad ensi e rivedo bat e jack, e li sento su quel palco e vorrei che la gente facesse un pò più di casino.
ma questo è successo da poco.
lo sento, lo leggo, lo chiamo, mi chiama, rileggo le sue parole in quel cd, metto la sua maglia ma il suo odore non c'è più.
e io sento lui ma sto con troppi altri, e vorrei che prendesse un treno ora e non tra un mese.
e forse mi comporto cosi perchè devo sfogare in qualche modo questa voglia che ho di vivere.
rivedo Lui.
quello dei due anni di pianti, quello del troppo amore dentro, quello che ora che non me ne fotte un cazzo mi viene a prendere sotto casa e mi tiene stretta dentro un cinema.
incontro le nostre figure sul vetro di quel cinema, che non vedo da un pò, come lui, come noi, e siamo strani insieme, da soli, che camminiamo e ridiamo.
e vorrei mandarti affanculo perchè tutto questo doveva accadere anni fa.
non ora.
non so più a quanti ho dato un pò di me, evitando di prendere un pò di loro.
non so più da quant'è che non sento il mio cuore battere più forte.
succede solo quando ho in mano uno sbagliato e quando sento qualche canzone su un pullman che va a Lambrate.
è comunque una figata, prendere la vita cosi.
perchè ci ho sempre provato senza mai riuscirci e ora che non ci provo mi viene benissimo.
leggo le vite di altri e tocco con mano tutto il loro amore.
mi immagino i loro occhi brillare, mi immagino le scene e vorrei tanto ascoltarla mentre mi parla di lui, mentre mi racconta di quanto lo ama, mentre mi spiega cosa si prova, mentre magari me lo presenta e io lo ringrazierei perchè è grazie a lui se lei scrive cosi, se io anche a kilometri di distanza leggo e sento un pò anche io quello che sente lei.
e le giornate passano e tutto finisce, prima o poi.
vado in università con la silvia e finiamo a bere campari col bianco in una giornata di pioggia,
con patatine davanti e la campana che suona mezzogiorno, e dovremmo andare a sentire la presentazione della mia facoltà ma mi sento fuori luogo, mi sento troppo grande,
mi sento già nel mio futuro.
e ho paura.
tutto sta per finire, come è giusto che sia. e se ne parla e gli occhi un pò diventano lucidi.
e io penso a cosa dirò ad ognuno di loro.
a chi ringrazierò per avermi fatto diventare cosi.
a chi ringrazierò perchè non diventerò mai così.
e si studia e si sfasa, ma neanche tanto. pensavo peggio.
la pioggia ti fotte perchè sembra gennaio e invece tra poco dovrò salutare una realtà che non avrei mai pensato mi potesse mancare cosi tanto.
e lo dico ora perchè già so che lo dirò più avanti.



[il beat è un attimo, come la vita]




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7 maggio 2008

Dodicesimo Capitolo: Il Sapore di Una Pizza in Due

sono stati giorni folli.
pazzi, esauriti, stupendi.
sono partita senza voglia e senza aspettative.
sono tornata con il cuore pieno e la nostalgia appiccicata addosso.
il mare, il sole, il villaggio turistico, un pullman pieno di persone che non conoscevo, a parte due o tre facce che so a memoria, e la testa piena di chissà.
un viaggio al sapore di rap, con il cd di un ragazzo che girava nello stereo e che mi faceva sorridere davvero.
ho conosciuto le persone più strane, più fantastiche, più identiche a me, che in diciotto anni ancora non avevo incontrato.
e in 4 giorni ci siamo voluti un bene immenso.
ci siamo cercati, abbracciati, parlati, abbiamo riso fino a star male tra canne smezzate e bicchieri stracolmi di alcool.
l'odore del mare era sempre lì. e rendeva tutto ancora più fottutamente magico.
doveva essere una specie di stage per futuri animatori. un qualcosa che ci avrebbe dovuto formare professionalmente per la stagione.
è stato un devasto. totale.
ovunque andavo, in ogni corridoio, in ogni angolo di quel villaggio ho conosciuto qualcuno. ho parlato senza fermarmi. ho riso senza fermarmi. e anche se il giorno dopo ricordavo la metà delle cose, quelle importanti erano sempre impresse in testa.
il suo accento romano. il suo maglione della billabong. il suo modo di guardarmi, di abbracciarmi, di baciarmi, di prendermi per il culo, di tenermi stretta mentre cerchiamo di dormire mezz'ora ma lui soffre d'insonnia e quindi sticazzi, ce ne rimaniamo qui, con una mano tra i capelli e l'odore della sua pelle su di me.
e tutte le risate. e sentire che c'è qualcosa.
e sentire che manca qualcosa quando se ne va.
e il ritorno e la testa piena di ricordi. e i suoi messaggi le sue chiamate e le sue frasi.
e aver paura anche solo a parlarne, a ricordare, a sentire che si stringe il cuore e che i battiti accellerano, quando penso a lui e a tutto quello che in 4 giorni ha saputo creare.

se poi ci si rivedrà o meno ora non importa, importa solo tutto quello che mi hanno dato in cosi poco.
e non è roba per tutti.
è roba solo per gente come loro.




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19 aprile 2008

Undicesimo Capitolo: Quelli di un Treno e Poi Chissà

 quando io (seduta nel solito bar di Lambrate con gli altri, in procinto di bigiare una grigia giornata di scuola, con le occhiaie e i postumi dell'influenza, con il solito drum tra le mani e fumo intorno, con il solito odore di caffè e le facce degli altri davanti che pensano a dove potremmo andare) propongo certe cose, le situazioni potrebbero essere due:

 
1- la gente mi manda a cagare e io continuo a fumare e si finisce in un centro commerciale a caso
2- qualcuno (tipo la Mika) si esalta con me e alla fine è un cazzo di casino
 
la seconda opzione è quella che si verifica sempre.
e così, tra collette e treni vari, ne prendiamo uno e finiamo a Pavia.
che non è sta gran destinazione ma almeno evitiamo Acquario, Auchan, Vulcano e zone limitrofe.
abbiamo cercato di fare gli intellettuali, girando sotto i portici di un'università a caso, ma alla fine ci siamo buttati dentro un Mc dove c'era la festa della colazione, e mentre piovigginava io e Silvia eravamo sedute su una piccola panca di legno, sotto un portico, mentre Avril Lavigne cantava una canzone struggente, e ci siamo messe a parlare, di cosa succederà, di come finirà, di dove saremo a quest'ora l'anno prossimo.
solo il tempo in questo periodo ci fa credere che non sia ancora la fine.
e vai di chissà, chissà, chissà.
e poi smette di piovere, camminiamo, finiamo in mezzo ad un mercato, ci ritroviamo con dieci euro di sacchetti pieni di spiedini, ali di pollo e olive ascolane, e lì, solo lì, scatta l'ignoranza.
panchine bagnate, fogli sotto il culo, mangiamo e beviamo birra, che per qualcuno è gia la terza e sono solo le dieci, e facciamo foto e sparliamo, ricordiamo ed è una figata.
dire le cose che si pensano senza troppi problemi.
e poi profumi, occhiali, un altro bar e altre birre, un posto fighissimo e ancora chissà, chissà, chissà.
andiamo in stazione, sbagliamo treno, rimaniamo seduti su di un muretto, noi, pieni di parole e di ricordi, pieni di racconti e di risate, che ad un certo punto riscatta l'ingnoranza e il viaggio di ritorno in treno è un casino.
silvia, mika, aly, fortu e me.
ridere con le lacrime agli occhi, dire cazzate su cazzate, fare cazzate su cazzate.
torniamo a lambrate, solito angolo, solita gente, solite prese per il culo e tutto finisce cosi.
con birra in corpo e sigarette ancora accese. tra saluti e baci.
con bob dylan nelle orecchie e i loro chissà in testa.
 
[giuro.
giuro che spero di non diventare mai così.
del tipo vestita seria in un locale serio a sorseggiare vino rosso atteggiandomi da riccona.
che poi magari lo sono anche, ma non vorrei mai atteggiarmi da quarantenne quando ho vent'anni e non so ancora un cazzo di come funziona in giro.
preferisco pantaloni azzurro puffo, all star e felpa da diciottenne esaurita]
 
 
 
 
noi non siamo gente comune, per dirla alla Fortu.




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4 aprile 2008

Decimo Capitolo: Sguardo Limpido D'Aprile Come Quando Esce Il Sole

ho diciotto anni.
e se penso di rimanere qui, con una vita statica, con una tracolla e libri da studiare, con le solite serate al freddo su di una panchina, con il solito fumo o la solita rara erba che qualcuno per magia ci vende, con le solite facce che io amo, serio eh?, ma che cazzo dopo un pò sono sempre uguali e mi rompo categoricamente le palle, con i soliti posti, e le solite paranoie sul cosa fare il venerdì barra sabato barra domenica, e con le solite menate su quel tipo che è uno stronzo o su quell'altro che va a finire sempre così ecc ecc ecc, ecco, a me manca l'aria.
del tipo "compratemi una bombola di ossigeno portatile please".
è stata una settimana di merda. e la cosa che mi fa più ridere adesso è che non so neanche il perchè.
sono un'egocentrica del cazzo.
io amo stare al centro dell'attenzione, amo amo amo.
è l'unica cosa che riesco ad amare in questo periodo.
andava tutto bene.
e poi mi sono piombate addosso le solite cose.
non voglio qualcosa o qualcuno che mi sconvolga la vita.
anzi si, è quello che voglio.
ma dato che non posso aspettare in eterno, penso che la vita dovrei sconvolgermela da sola.
e comunque sta di fatto che andava tutto fottutamente bene.
e la parola fottutamente è una parola che adoro.
adoro usare la parola fottutamente, non so, dà proprio il senso che qualcosa è fottutamente quello che vuoi esprimere.
sabato sera bevevo sbagliato, e lo bevevo alla goccia.
vedevo troiette sculettarmi davanti e andare nei cessi a far pipì o a far pompini a qualcuno.
e a Milano la seconda opzione è quella più usata.
le ragazze quando vanno in bagno non è per specchiarsi o ripassarsi il rossetto, è per farsi mettere in bocca un altro tipo di rossetto.
e poi dicono che le quindicenni di oggi non rovinano la nostra immagine.
che poi dico, magari fossero quindicenni, alcune hanno anche tredici anni.
ma cazzo. possibile?
possibilissimo.
e dopo aver sorseggiato sbagliati con la mia solita aria da
"non me ne fotte un cazzo ma sorrido e ballo perchè devo, ma sinceramente me ne fotte poco di stare qui con te che se ti paragono al mio sbagliato vai a casa con la testa bassa"
camminavo tra la gente e incrociavo sguardi.
e mi sentivo fuori luogo.
anche se ero la meglio vestita. ma questo è scontato.
con pantacollant neri, maglia vestito larghissima arancione flash con tanto di cappuccio e aria da "sono troppo yeah e ascolto rap rompete poco il cazzo"  e borsa a forma di cocco al seguito schivavo corpi, sentivo pezzi di frasi a caso e ballavo hit di merda che quando le tredicenni di cui ho parlato sopra sentono iniziano a strusciarsi e a muovere il culo ininterrottamente.

aiuto. help.

e cosi mi guardo intorno, con una goccia gigante sulla testa tipo cartone giapponese che esprime tutta la mia incredulità verso questa gente e verso me stessa.
perchè ero una che camminava in questo posto con tacco dodici e rideva per forza, e cercava di stare bene ma non ci riusciva perchè uno stronzo se la prendeva e se la faceva quando cazzo voleva e lei continuava imperterrita a mettere il culo in questa merda di locale perchè c'era lui, e si sentiva fottutamente male ma sorrideva perchè non aveva il coraggio di reagire.
ma tutto fa esperienza.
ho ballato, senza male ai piedi perchè avevo degli stivaletti bassi grigi stilosissimi che mi permettevano anche di fare quadruple capriole se volevo, mentre le tredicenni che ormai sono protagoniste di questo racconto facevano smorfie e a ogni passo si prendevano storte diventando viola per il dolore ma continuando a sorridere perchè mica potevano sedersi e fermare i loro sculettamenti,
ti pare che a fine serata devo essere quella che se ne è scopata di meno?
forse è da quella notte che mi è partita l'insonnia.
o forse perchè avevo qualcosa dentro che non riuscivo a fermare, non riuscivo a capire, non riuscivo a esternare.
domenica ho riabbracciato il rap.
in un centro sociale in cui il palco era messo alla meno peggio e sopra c'erano jack, bat, kuno, e sotto edo, loyd e gli altri, ed eravamo sudati e contenti, a muovere teste e a cantare, e poi fuori a fumare con loro che non vedevo da tanto, con kuno e le robe stilose americane, con bat e le battute su franca, abbracciando edo e mangiando poi un panino con lui e le altre al mc.
sentendo che era la cosa più giusta e naturale del mondo.
settimana di merda. giornate di sole e libri da studiare.
prof incazzati, prof depressi, prof rompicoglioni alla quinta che stressano per la maturità.
nota bene: non sono mai stata una che piange barra si stressa barra si chiude in casa per studiare, e sono forse l'unica della mia classe che ancora non ha le convulsioni se pensa agli esami, perchè sinceramente penso che la paura e l'agitazione siano lecite, ma perdere dieci chili per quella merda di edificio no. mai.
e quindi mi stresso, si, ma studio, penso, penso, me ne vado in giro, scrivo e capisco che in tutto sto stress e in tutta sta insonnia la scuola non c'entra un beato cavolo.
ma beato proprio.
soliti locali. solita gente. solita aria. soliti posti. solita vita. solite parole.
potrei già sapere cosa mi accadrà domani, perchè è cosi da mesi ormai.
e non è una telefonata a farmi andare in giro con gli occhi a cuore e la speranza in testa.
e decido e non so come andrà.

[andarsene è una cosa che possono fare tutti.
è solo che non sapendolo hai molta più paura di quella che dovresti avere,
cioè in realtà fa più paura l'idea che farlo veramente]


poco importa se così è e cosi sarà.
ho mandato a fanculo quella che doveva essere la mia vita dopo la maturità.
ho mandato a fanculo l'idea dell'università, giurando a me stessa di averla solo rimandata.
ho mandato a fanculo l'interrail, l'estate, quei lidi, quel lungomare, quell'aria dolce salata che solo quel posto ha.
ho mandato a fanculo il pontile, e gli abbracci delle persone più fantastiche del mondo.
ho mandato a fanculo l'idea di poterlo rivedere. di poterlo riabbracciare. senza prendere un treno ora e andare da lui.
ho mandato a fanculo chissà quante cose.
ma pensare che la mia vita non sarà più come già so che sarebbe stata se non avessi preso questa decisione è una cosa che mi svuota riempiendomi.
ho riletto per l'ennesima volta libri che non aprivo da tanto. ho riascoltato canzoni. ho guardato foto.
ho visto un'intera stagione di sex and the city piangendo a letto e bevendo caffellatte e cereali alle cinque del pomeriggio.

[
so solo che mi ero stufato della mia vita e che la trovavo inutile.
o forse semplicemente avevo finito gli argomenti per distrarmi.
sono stato affascinato improvvisamente dall'idea di vivere l'incertezza]


e, soprattutto, sono tornata a scrivere.
che non ho neanche riletto questo intervento quindi perdonatemi se l'italiano è imbarazzante o alcune cose sono scritte col culo, ma questo è quello che volevo scrivere.
e chi arriva alla fine merita un applauso.





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28 marzo 2008

Nono Capitolo: Io Sò De Marmo, Ma Tu Mi Hai Sbriciolato Perchè Sò Testarda Fino Al Punto Che Sò Sempre Innamorata

grigio pastello. cielo pesante. scuola e occhiaie abnormi. capelli sfatti e sorrisi forzati.
raggi di sole e occhiali giganti sugli occhi.
sono sul pullman, seduta nel mio affezionatissimo posto vicino al finestrino sul lato destro,
che se per caso qualche mattina è occupato so già che sarà una giornata di merda.
bar Cuore, che è una figata di nome ed è una figata di bar.
mai entrata, ma ogni mattina puntualmente su una lavagnetta c'è scritta una frase,
ed è sempre una frase che c'entra qualcosa con me, con la mia vita o con ciò che sarà.
è scandaloso, secondo me qualcuno mi spia e poi mi dà consigli scrivendoli con gessi bianchi o colorati.
non ho più visto foto, non ho più visto orari dei treni, non ho più visto i nostri video
non ho più visto niente, nessuna cazzo di cosa che mi potesse ricordare lui, ma io so che lui
riesce a farsi ricordare da solo.
senza nomi, foto, persone o pensieri.
lui è scandalosamente presente, pure per caso su un muro graffiato da qualche artista di strada.
o nel nome di una via, o nello sguardo di un fottuto personaggio pseuso famoso che fa gemere ragazzine non ancora mestruate e in fase di sviluppo.
c'è. c'è. c'è. c'è.
e comunque su quella lavagnetta c'era scritto a caratteri cubitali e in fosforescente:
"chi non risica non rosica".
e allora vorrei parlare con lui, vorrei ridere con lui, vorrei sentirlo sfottermi come ha sempre fatto, vorrei guardare i suoi occhi e vorrei fermarmi prima di essere troppo mielosa barra romantica barra sdolcinata.
non vorrei cariarmi un dente. 
che per quanto sono stata dolce il mio dentista ora gira con un Q7.
so come sono fatta, ma a volte mi ignoro. non so come ci riesco, ma riesco ad ignorarmi.
sono insopportabile.
faccio quella che NONMENEFOTTEUNCAZZO e poi piange davanti a Lilo e Stich.
faccio quella che SONOORGOGLIOSAEL'ORGOGLIONONLOMETTODAPARTE e poi mi faccio mega pare anche solo per una telefonata.
so com'è fatto lui. e so che siamo uguali. identici. metà di metà di qualcosa di strano.
incapibile. ecco com'è.
che anche solo mandargli un messaggio o fargli una telefonata per me è farmi male.
perchè so con quale scazzo a volte parla, so che non gliene fotte un cazzo se dice qualcosa di sbagliato, perchè per lui è giusto e lui è per la solita filosofia di quelli che vivono e poche storie.
a lui non gliene frega niente. ma niente di niente.
l'ha sempre detto.
ti voglio parlare? ti parlo. ti voglio vedere? prendo un treno e vengo da te.
voglio ignorarti. riesco a farlo benissimo.
e non è come me. non sta male. non ci pensa e ci ripensa e poi fa finta di niente.
se vuole una cosa se la prende. e se non ci riesce è per la solita filosofia di quelli che vivono e poche storie.
chiusa una porta si apre un portone.
ero a casa, nel letto, volevo studiare, ma che cazzo ne so, sarà il sole o la voglia che non ho, ho preso il telefono e ho fatto il suo numero.
gli squilli del telefono a volte ti rimbombano in testa e ti rincoglioniscono.
non sentivo una roba cosi dentro da almeno otto mesi.
e sentire una roba cosi dentro grazie ad un telefono è grave. è molto grave direi.
poi risponde. e come al solito nn riconosco la sua voce.
e come al solito lo chiamo con il suo soprannome e lui chiede chi è perchè non ci sentiamo da almeno otto mesi.
poi capisce e lo vedo che sorride e lo sento che è contento.
anche se se ne è andato di casa, se sta male e se ha avuto problemi.
e io mi sento uno schifo, perchè invece di buttargli merda addosso avrei dovuto capire e lasciare perdere l'orgoglio.
perchè mi sarei dovuta comportare come sono io. come ho sempre fatto.
come so che lui adora. perchè lui è come me.
c'è un bene enorme, e davanti a questi tipi di bene non riesco a essere ghiaccio come ormai sono da due anni a questa parte.
l'amore mi ucciso ma l'amicizia mi ha ricomposto.
e lui è l'amicizia.
e io andrò. per riabbracciarlo.
perchè l'azzurro dei suoi occhi merita di essere guardato anche per ore.
anche da una come me che gioca a fare la dura e poi si scioglie in un abbraccio.
in un suo abbraccio.
spero di sciogliermi.




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25 marzo 2008

Ottavo Capitolo: TiC taC toC

sono tornata. forse riesco a rimanere per un pò a Milano senza prendere ogni week end treni che portano comunque in posti in cui mi devasto.
due giorni a Torino preceduti da una settimana a Milano fatta di serate alcooliche, precedute da una settimana in Grecia con la scuola.
ore innumerevoli di nave e di pullman, risate continue come continue sono state le birre, una prof alternativa e i rapporti che si rafforzano.
le gite cosi sono impossibili da raccontare. la gente cosi è impossibile da descrivere. la classica gita devasto di quinta può immaginarla solo chi l'ha vissuta.
comunque torniamo a ieri, o era l'altro ieri?
Milano arriva a Torino. peppe, franca, je, silvia e me. orange nascosta in cartella. abbracci con i nostri di T.O e diamo il via a qualunque tipo di risata, devasto, impasto, cartina, alcoolico, frase, discorso, cazzata.
odore di orange. odore di fumo. occhi fatti. facce smesse. risate che se non ti appoggi da qualche parte cadi per terra.
Torino illuminata di notte è qualcosa di stupendo. piazze grandi e pub pieni. gente e accenti diversi.
vado in giro con dei pantaloni azzurro puffo e una borsa a forma di annaffiatoio riuscita a comprare solo dopo mille HefKaristò ad Atene. la gente mi guarda male, come sempre, ma io sono comunque soddisfatta di riuscire ad essere diversa.
alcoolici in un locale che sembriamo a Milano. canne tra il gelo della città. si torna a casa e ancora bicchieri pieni, e ancora risate da star male, e ancora partite alla play, e ancora impasti e filtri vari. dormiamo un ora e mezza dopo aver giocato a Tic Tac Toc, dopo esserci mandati a male, dopo aver sparato qualsiasi cazzata che ci passava per la testa e dopo aver fumato l'impossibile.
ci svegliamo lunedi mattina con gli occhi gonfi e la faccia fatta, ridendo già da subito per le prese per il culo degli altri sul mio pigiama, preparandoci dopo aver bevuto un caffè forte che può solo far passare il sonno ma non le facce sverse.
sole in faccia, segni sul viso, sigarette già accese, ore di macchina e di posti da cercare.
finiamo sulla riva di un laghetto, dove le pietre sono macigni e dove il vento è ancora più forte. musica, discorsi, risate con gente che non conosciamo ma che sono amici degli amici e sono dei fuori di testa. vino, birra, vino, carne, vino, canne, vino, spiedini, vino, salsiccie e siamo completamente fatti.
jemma che cade dal masso e finisce nella brace.
io e silvia che facciamo pipi dietro un enorme pietra convinte di nn essere viste e accorgendoci solo dopo di essere davanti a decine di case e decine di balconi aperti.
teo e le sassate, teo e gli insulti gratis, teo e le risate pur non conoscendoci, teo e le sigarette al mentolo, teo e i bicchieri di vino, teo e ogni parola che si trasformava in un degenero e in una risata di un'ora, teo che sta male per quanto lo faccio ridere, teo e il barilotto di birra continuamente in funzione.
ivan e kla. che quando hai amici così devi solo ringraziare. peppe e gli abbracci, le foto artistiche, le facce strane, le stronzate, le cartine chiuse, i racconti porno, il bene infinito.
jemma che corre tra le pietre e si rotola e poi inizia a vomitare.
la socia che si sdraia con la pancia scoperta dopo aver bevuto, mangiato e fumato e che dopo aver preso ogni tipo di folata di vento ghiacciato inizia a sboccare fucsia e a quanto pare non ha ancora smesso.
noi che siamo fattissimi e stiamo benissimo.
degeneriamo totalmente ma ridiamo in continuazione.
il viaggio in macchina. le sigarette ancora accese. la musica elettronica e il rap.
tornare a casa di klaudio e conoscere ancora gente. ridere ancora e prepararsi per correre a prendere il treno.
l'ultima canna, l'ultimo sguardo a Torino, gli abbracci e i saluti, ancora risate in treno e spalla che fa da cuscino. le facce bianche. le occhiaie triple di franca. gli occhiali a cuoricino della socia.
non poteva andare se non cosi, con loro vicino.
sto cercando una spiegazione che non riesco a trovare.
tutto quello che faccio diventa devasto.
ed è una figata.






























quest'è.




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3 marzo 2008

Settimo Capitolo: La Mia Pelle è Carta Bianca Per il Tuo Racconto

[in un giorno come tanti
con il traffico nel centro
con due suore che camminano vicine
in una piazza con un grande monumento]
perchè il corpo è fatto di anima e cuore?
perchè esistono quei momenti che ti fanno male dentro e non sai come curarli?
perchè anche se vorresti piangere il tuo viso riesce comunque a dare l'impressione che tutto vada bene?
sabato camminavo per un centro commerciale.
e sembrava che la gente non avesse mai visto un paio di jeans gialli.
tutti si sono girati a guardarmi. qualcuno ha riso, qualcuno ha detto qualcosa all'amica, qualcuno mi ha squadrata per un pò. io ero contenta di essere l'unica cosa colorata in una massa grigia e nera.
[con l'america nei bar
con la moda sempre in festa
con la gente che lavora sempre troppo
e una strana atmosfera di conquista]
sabato sera sorseggiavo sbagliati e mangiavo varie schifezze fritte.
è stata ancora una serata rap. con fra, jemma e claudio in macchina. con il suo ipod e le sue canzoni nello stereo. con le barre che ci fanno impazzire. con le canzoni vecchie. con davanti un'autostrada e una scritta che dice Bologna, e so che sanno a cosa sto pensando.
so che sanno quanto vorrei abbracciarlo. so che non sa quanto mi manca.
luci che ci scorrono davanti, ridere per un freestyle senza senso, ridere per una canzone, ridere a caso.
[con i taxi sempre un pò incazzati
e i turisti anche loro un pò di fretta
con sempre quella strana voglia di andar via
perchè altrove, forse, c'è qualcuno che ci aspetta
]
giorni come tanti, giuro. che a chi mi chiede se c'è qualche novità e rispondo di no non ci crede.
a me non servono le novità, a me non interessa se esco da scuola e non trovo nessuno.
se accendo il cellulare e non mi arrivano messaggi.
se non posso immaginare interi week end abbracciata a qualcuno che mi ama.
io così sto bene. è il troppo amore intorno che nuoce alla mia salute.
sono le persone che ne parlano troppo.
sono quelle che scopano e non riescono a provare emozioni.
sono quelle che hanno qualcosa e non ne apprezzano il valore.
sono queste persone che a me fanno male.
a me l'amore degli altri mi ha rotto il cazzo. chiaro?
vivo. e sembra una cosa così semplice da sembrare banale.
ma non dopo aver visto mia madre piangere. non dopo aver visto mia nonna su una sedia a rotelle con gli occhi tristi. che però dice che le piacciono i miei pantaloni azzurro puffo perchè si notano, perchè sono allegri.
e nella vita bisogna sempre essere colorati.
non dopo aver visto la cattiveria delle persone, e la maleducazione di infermiere che non amano quello che fanno.
[è Milano con i suoi mille dialetti
con le settimane lunghe, con gli uffici
con le abbronzature a centomila watt
e con la vita appesa a mille sacrifici]
ho capito che se ascolto quella canzone di Edo riesco ancora ad emozionarmi.
ho capito che sono contenta se squilla il telefono ed è lui.
ho capito che ultimamente è l'unica persona che mi abbraccia perchè ne ha davvero voglia.
ho capito che nonostante i suoi modi di fare che a volte mi irritano, adoro starlo ad ascoltare e andare a casa sua, vederlo mangiare un sacco di stronzate mentre guardiamo OC e sentire Jack che in pigiama in camera sta facendo un beat per qualcuno.
ho capito che la Fra ci mette molto più di Jemma a scegliere una maglia.
che io amo le Vans e i colori accesi. che il Duomo è pieno di cinesi sorridenti.
ho capito che devo andare a lavorare,
perchè ho gia organizzato un interrail in grecia e non ho manco un euro.
ho capito che i gay sono molto più stilosi degli etero. e anche più simpatici quando fai shopping.
ho capito che le giornate di sole come quella di oggi vanno vissute e basta.
che lunedi prendo una nave che mi porterà ad Atene, e che questa è l'ultima gita con la scuola.
quella in cui ti ammazzi di canne e sei tutto il giorno strafatto.
quella in cui conosci di più le persone, e ti mancheranno anche quelli che ti stavano sul cazzo.
la mia vita sembra semplice, banale, monotona.
ma in un giorno vivo talmente tanto, e talmente tante emozioni, che mi dimentico perfino di scriverle.




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24 febbraio 2008

Sesto Capitolo: La Musica è La Mia Maestra

decine di new era, colorati e diversissimi, tutti nello stesso posto.
buio intorno, candele sui tavoli, musica alta e teste che si muovono.
sigarette accese, bicchieri di birra, cartine e accendini che scaldano qualcosa.
ore ed ore fuori al freddo a parlare, a ridere, ad ascoltare gli altri che ricordano mentre le parole di qualcuno con tanta grinta escono fuori dalle casse e ci raggiungono.
la musica è il mezzo più potente per unire le persone.
il rap ti si incolla addosso, e non riesci più ad essere dipendente.
siamo qui, tutti insieme, a sentire voci di persone che non conosciamo e voci di persone che conosciamo fin troppo bene.
vederli con i microfoni in mano e la fotta nel cuore è sempre qualcosa di troppo emozionante.
perchè ricordi sempre e continui sempre a ricordare la prima volta che li hai visti, su di un palco durante un pomeriggio d'estate, a fare freestyle senza flow e senza chiudere le barre, e poi li guardo ora e quasi non ci credo.
faccio foto, canto i loro pezzi, sorrido mentre li guardo stare su quello pseudo palco a intrattenere teste.
dopo venti minuti finiscono, e noi applaudiamo cosi forte che ci fanno male le mani, e la gente urla, e tutto questo sa già di vittoria.
e poi edo, eros, pezzo e marco, che quando la gente è un tutt'uno con la musica lo capisci subito.
[e questa va per chi uccide la passione, puoi incatenare il corpo ma non puoi fermare il cuore]
aggiungo altro?

abbracci, baci, i soliti gesti che si fanno con qualcuno a cui vuoi davvero bene, e che stimi da morire.
tutto finisce, ma la fotta no. quella rimane sempre.
ci mettiamo in macchina, con i grandi nello stereo e la voglia di cantarli, con il volume altissimo diretti chissà dove.
io amo questi sabati sera. li amo davvero.
perchè non hai la necessità o il bisogno impellente di andartene in qualche localino figo sui navigli barra corso como per essere soddisfatto, ti basta stare in macchina con la fra e claudio a sentire pezzi che fanno tremare i vetri, mentre gli altri se ne stanno fuori a fare chissà cosa e noi lì dentro a ripetere insieme le stesse solite rime.
qualche coktail e qualche birra dopo siamo ancora lì. in quel parcheggio.
con claudio ubriaco che sa i testi di eminem a memoria, con le portiere aperte e noi fuori che facciamo casino. con ax, con bassi, con jack, con primo, con vacca, con fibra, con timbaland, con i mentispesse, con tutto quello che passa dall'ipod di claudio e che noi sappiamo a memoria, da sempre.
la gente ci guarda male, perchè ogni pezzo che passa è un nostro urlo e poi giù a cantare, con i cuori negli occhi, con quel qualcosa di inspiegabile addosso di quando passa un pezzo che ti rappresenta.
questa è l'italia e la sua musica fantastica.
perchè certe cose passano in secondo piano, se poi Claudio viene lì e ti abbraccia su un pezzo di Snoop Doggy Dogg.




[e non lo sai che cosa vuol dire Amore, è farti battere il cuore soltano con le parole]




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14 febbraio 2008

Quinto Capitolo: Out Of My Role

[la sigaretta brucia con avidità.
in sottofondo sento i mugolii di un film porno che nessuno sta guardando.
il piatto è alto, la parola sta al re. cinquanta per andare.
la terza carta è servita da Giovanni.
sul tavolo da teresina la regola è cacciare fuori gli altri.
buttarli fuori il prima possibile. 
E giovanni con una donna di cuori e una coperta è l'unico che può bluffare ma rilancia di cinquanta.
non ha ancora imparato.
sette, jack, otto e re.
non ci sono coppie sul tavolo. ma ora la carta più alta è la mia.
ignazio è troppo attento per fare paura. luca guarda il porno ma al massimo ha una misera coppia minima.
ma non è importante quello che hai, è importante quello che potresti avere, a questo tavolo.
quello che fai credere.
ho sempre voluto essere un altro in vita mia.
da dove vieni?
dal posto in cui vengo si possono dire mille cose. e si può far credere molto di più.
io sono un re, mi dicevo.
quando voglio montare un cavallo lo posso scegliere tra cinquanta diversi.
allora, sono o non sono un re?
i miei polmoni iniziano a fischiare. merda. me ne devo andare. non ho il ventolin con me.
e devo andare di corsa a cercare una farmacia.
tutto sul mio re.
luca vorrebbe venirmi a vedere.
no, tu non vieni, Luca. non vedi che hai già perso?
anche Ignazio passa. Giovanni vorrebbe venire.
i soldi per lui non sono una cosa seria, ma perdere sì. non viene.
il piatto è mio. li ho cacciati con niente in mano.
solo con un re di picche. ma questa è la teresina.
e io sono un re]


one


two


three


the end



sono due giorni che entriamo a scuola alle dieci e usciamo dopo poco.
la scuola è piena di gente che recupera i debiti.
noi facciamo parte di quella parte della scuola.
fumiamo sigarette, ci mettiamo ray ban perchè c'è il sole, e il sole a Milano è una figata.
non lo sento, non lo voglio sentire, ma stasera lo vedrò per dirgli quello che penso.
io essere mia. tu non essere così speciale.
io e te non uscire più.
evvai.
stamattina una mia compagna di classe mi ha regalato un bacio perugina.
c'era dentro una frase sull'amore che ho buttato al volo.
torno a casa e mio padre ha regalato delle rose a mia madre.
ci ha comprato pure i cioccolatini.
a tavola parliamo e sono molto acida barra contraria a tutto sto amore solo nel giorno di san valentino. ma vabè, i cioccolatini sono pur sempre cioccolatini.
sticazzi.
sono nel letto a guardarmi i soliti programmi idioti.
torna mia madre e mi dice di chiudere gli occhi e di aprire la mano.
era una cosa che faceva sempre quando ero piccola, per farmi stare buona.
riapro gli occhi e mi trovo davanti un lecca lecca a forma di cuore con la scritta Love.
se san valentino è la festa degli innamorati allora è anche la mia festa.
sono innamorata delle mie cagne e di mia madre.
e di sto popò di lecca lecca al cioccolato fondente.
sticazzi parte 2.





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11 febbraio 2008

Quarto Capitolo: Puoi Incatenare il Corpo Ma Non Puoi Fermare il Cuore

scambio parole e informazioni di me più o meno utili con un ragazzo che mi abbraccia e che quando gli chiedo qualcosa si imbarazza e prima ci deve pensare un pò.
anche se gli chiedo cosa ha mangiato oggi.
questo parco ha fatto da scenario a me e a un amico durante le nostre bigiate in cui le ore erano veramente troppe e la voglia era veramente poca.
mi ricordo che venivamo qui, ci sdraiavamo al sole e non parlavamo.
ascoltavamo musica, fumavamo un pò, a volte ridevamo per qualcosa e poi forse ci addormentavamo.
oggi fa freddo, ma il sole ci sta bene qui. ora.
ci sediamo e io fumo. lui mi ascolta e io parlo.
parla poco. io tanto.
sono sempre stata così. parlo troppo, forse.
non uscivo con qualcuno da anni. nel senso che ho sempre avuto pseudo appuntamenti senza saperlo prima. mi ritrovavo lì, con qualcuno che già conoscevo. a scambiarci qualcosa che raramente erano parole.
ma l'uscita vera e propria, quella preceduta da messaggi e convenevoli vari, ecco quella era da un pò che non mi si presentava.
è la seconda volta che ci vediamo. appoggio i piedi sul cruscotto della sua macchina, gli dò un cioccolatino al cocco che poi mangeremo in due, e camminiamo in questo parco fermandoci un pò qua e un pò là.
tutto normale.
tutto troppo normale.
e quel qualcosa che dovrebbe esserci e che ti fa capire che qualcuno ti interessa?
e quelle risate che ti fai solo con qualcuno con cui stai bene?
e il non dover per forza parlare perchè anche il silenzio a volte è bello?
paranoie tipiche del giorno dopo.
mentre tiro su un pò di tabacco e raggiungo le altre al bar.
mentre lo scenario non cambia, la gente neanche, la scuola è sempre lì e noi siamo sempre qui.
e poi lo vedo.
dopo tre settimane lo rivedo.
mentre scrivo di lui sorrido. perchè se penso a lui non riesco a non farlo.
è stata una di quelle persone con cui non ho avuto un gran tipo di rapporto, ma due o tre momenti ce li ho ben stampati in testa e quando penso a lui penso a un bel periodo.
lui era un bel periodo.
i suoi maglioni, i suoi occhiali, lo stile che ha. quel qualcosa che dovrebbe esserci e che ti fa capire che qualcuno ti interessa.
i suoi occhi azzurri, i suoi capelli scompigliati. quelle risate che ti fai solo con qualcuno con cui stai bene.
le canzoni che gli piacciono, la sua risata, le sigarette che fuma sempre. il non dover per forza parlare perchè anche il silenzio a volte è bello.
forse sono io o forse è il resto del mondo.
è che quando mi chiedono che cos'è l'amore riesco solo a rispondere che è roba per pochi.
nel senso che sembra la cosa più semplice del mondo, e per tutti quelli che lo provano sembra la cosa più semplice del mondo.
ma a volte è qualcosa di troppo complicato da cercare, impossibile da trovare.
è un qualcosa di troppo complesso. amore vuol dire far battere due cuori insieme.
incastrare in modo perfetto due corpi e due anime.
essere pezzi di un puzzle che hanno solo quell'incastro, e che se li vuoi unire con altri pezzi non ci riesci, perchè hanno una loro forma, e possono solo stare vicino a chi li completa.
non è facile.
ho capito che per quanto sono complicata solo uno più complicato di me potrebbe starmi vicino.
quanti abbracci ho stretto senza sentire niente?
è la cosa più triste del mondo.
abbracciare qualcuno e pensare che il tuo piumone di casa ti avrebbe dato più calore.
quasi quasi mi fidanzo con un calorifero.



memorie di un sabato sera scandito da litri di heineken e musica






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7 febbraio 2008

Terzo Capitolo: Se Ami Quello Che Non Sei, Sei Un Vincitore

non ha più i riccioli che aveva in come te nessuno mai.

non ha più la zeppola.
non ha più il fisico asciutto che si intravedeva in tutti i suoi film.
entra a passo lento con un completo elegante, con i capelli lunghi e perfettamente lisci e saluta la gente che c'è il sala sorridendo e salutando.
mentre parla la sua voce arriva d'appertutto, in ogni angolo, in ogni posto, su ogni persona.
tutti lo guardano, applaudono, sorridono, lo ammirano.
semplicemente.
lui ci parla e a volte si gratta la testa, è incredibile come un ragazzo di 25 anni sia quasi imbarazzato mentre parla del suo film tratto dal suo libro.
a me sembra solo incredibile lui.
 
 
 
 
 
[dove sei?]
[sono qui]
[non ti vedo]
[perchè non stai guardando dalla parte giusta]
mi volto. sposto lo sguardo.
mi alzo sulla punta dei piedi.
capelli biondi spettinati.
occhi all'ingiù.
inverto il mio senso di marcia e comincio a camminare.
sento le ginocchia deboli, ma cammino.
[sei bellissima]
[sei lontano]
[guarda solo i miei occhi]
[stai sorridendo]
e sorrido anch'io.
[parlami d'amore, Nicole]
[io e te]
 
 
 
fa freddo. la macchina è calda. il parcheggio è vuoto.
una Camel brucia. il fumo si disperde.
la musica riempie lo spazio intorno a noi.
voci che parlano. voci che si ascoltano.
silenzio. parole. abbracci.
strade conosciute. buio intorno.
un ponte. delle luci. alcune domande.
risate. ricordi. racconti.
frasi.
e un altro abbraccio.
 
 
 
amo Milano. è risaputo.
ma amo Milano ancora di più quando c'è il sole.
la gente cambia espressione, cammina più felice, va in bicicletta, corre.
l'aria è apparentemente più buona da respirare.
la 61 si ferma, scendo e cammino un pò.
lo vedo vicino alla fontana. lo vedo e vedo la sua immancabile sigaretta che sta fumando.
mi fermo a guardarlo un pò.
è dimagrito, ha il suo colorito pallido di sempre.
gli corro incontro e ci abbracciamo.
a volte sfoglio pagine, guardo foto, prendo un cd a caso e lo riascolto.
mi mancava la sua voce, il suo sorriso, ma soprattutto mi mancava il suo modo di raccontare le cose.
la calma con la quale racconta della sua vita e di quella degli altri.
è una di quelle persone che sa farsi capire. che sa spiegare tutto. che sa parlare.
camminiamo per Milano.
entriamo nella sua università, fumiamo una sigaretta sulle scale del Duomo mentre ragazze urlano per qualcuno che è ospite a Trl.
ci raccontiamo.
e poi camminiamo ancora, verso la parte di Milano che amo in assoluto di più.
pannelli con foto disposti uno dopo l'altro ci portano al Castello.
l'acqua della fontana risplende con la luce del sole. entriamo ed è sempre il solito spettacolo.
un uomo suona la chitarra e canta. ci sono giostre, c'è il profumo tipico di queste giornate di sole.
ci sediamo su una panchina e so che pensiamo tutti e due che l'ultima volta che siamo stati qua era inverno, faceva freddo.
e tutto andava male.
ora lo sento ridere davvero, e fa ridere anche me con quella sua solita sottile ironia che ha verso tutto e tutti.
fumiamo ancora, parliamo, ridiamo.
torniamo indietro e camminiamo ancora. torniamo li da dove siamo venuti.
arriva la 54 e ci abbracciamo, promettendoci di rivederci ancora.
innumerevoli fermate. innumerevoli strade. innumerevoli pensieri.
so che certe persone fanno parte di una realtà che non mi appartiene più. di un qualcosa che fa parte del passato e che non potrà tornare.
ma so anche che certe persone non possono non esserci.
lasciano talmente tanto che a volte devono tornare.
certe persone fanno parte di qualcosa che anche se non c'è più, continuerà comunque ad esserci.




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23 gennaio 2008

Secondo Capitolo: Rewind

sono entrata nella sala, col parquet lucido e chiaro, con lo specchio enorme, con le casse potenti e la musica alta. mi sono seduta per terra, sentivo i passi, uno, due, vedevo didi vicino a me, seduto su una sedia di plastica con una delle sue tute americane, che contava e correggeva, che teneva il tempo e sbuffava.
guardavo avanti, non guardavo nient'altro, solo una piccola parte di quell'enorme parquet lucido.
muovevo la testa avanti e indietro sulle note di una canzone di quelle che è impossibile non sentirle.
il gruppo ha finito di ballare, tutte se ne sono andate, e siamo rimasti li, io e lui.
lui seduto ancora su quella sedia di plastica, io seduta ancora per terra, sguardo fisso, testa che si muoveva, e musica dentro.
muovevamo la testa insieme, c'era solo la musica in quel momento.
nè io e nè lui. la musica era la sola cosa che c'era in quella sala.
avrei voluto piangere. perchè stavo pensando troppo e volevo piangere anche se la musica mi impediva di farlo.
la musica ha tenuto ferme le mie lacrime.
poi sono arrivate le altre, e abbiamo iniziato a ballare.
passo, passo, giro, salto, per terra, pezzo giù, spalla, testa, schiocco, tempo.
e uno e due e tre e quattro. e fate cagar, e si è giusto. brave.
a volte ci riesco, a non pensare a niente. a sorridere quando lui sorride. a tenere il tempo anche se non ci ho capito un cazzo di questo pezzo nuovo.
ho avuto quattro giorni di febbre e tosse da fumo, me ne sono rimasta a casa coi capelli sfatti e il pigiama pesante. leggevo e pensavo. pensavo e leggevo.
ero io e io. vedevo qualche faccia girare per casa, ma non parlavo. leggevo e basta.
avevo promesso di non bere più, dopo un sabato pieno di alcool e abbracci forti, e dopo una domenica passata sul ciglio di una strada a sboccare anche il cuore.
anzi no, quello non viene fuori mai.
avevo promesso e non ho mantenuto. non tutti sanno che non mantengo le mie promesse, a volte.
avevo promesso anche di andare a Bologna. l'avevo promesso a lui.
ma ogni cosa a suo tempo.
sabato sera con ancora la tosse ero in un locale a urlare qualche canzone in un microfono con l'ale e le altre mille persone, fatta di malibù e sbagliati, fumando sopra la mia tosse perchè se litri di sciroppo nn mi hanno curato forse lo farà questo pezzo di fumo.
così non è stato, ma le convinzioni a volte hanno la meglio.
sono tornata a casa totalmente fatta e totalmente storta, ma contenta.
piena di quella gente. piena di alcool e affetto.
domenica camminavo a stento, mi sarò alzata per due volte e poi ricordo solo il letto comodo.
domenica sera mi dicono che Debora è morta.
giù fanno strade di merda, lei aveva diciassette anni, era in motorino ed è stata investita.
come faccio a dirvelo? era stupenda. era una bambola, ogni volta che passava non riuscivo a non guardarla.
il paese è piccolo. tutti conoscono tutti.
forse lei è stata una delle persone che io non ho conosciuto davvero bene, purtroppo o per fortuna.
ho pianto. ho pregato. ho parlato con un'amico. e non riuscivo a smettere di pensare.
lunedi mattina avevo gli occhi lucidi e fuori pioveva.
ma tutti in questo periodo da me si aspettano solo grandi sorrisi e grandi battute.
a scuola ho ascoltato le solite cazzate, le solite storie, ho letto i miei soliti libri, e mi sembrava tutto regalato.
ogni gesto, ogni minuto, ogni secondo. mi sembrava regalato.
mi hanno chiesto di fare un tema su una prima prova di qualche anno fa.
io volevo scrivere di tutte le cose che dovevo fare. che volevo fare.
sarei voluta andare in centinaia di direzioni diverse, e abbracciare tutti quelli che non sono qua con me, avrei voluto chiedere spiegazioni e darne, avrei voluto un bacio, uno solo, ma al sapore di un'ultimo giorno d'estate. avrei voluto chiedere scusa e dire grazie.
avrei voluto prendere quel treno.
ci ho pensato tanto, lo stavo per fare, e poi invece no.
il destino a volte si mette in mezzo, questa è la quinta volta che lo fa.
forse davvero vuole dirmi qualcosa.
sono rimasta qua. con la testa là, ma ero qua.
mi sono inpuntata, lo continuo a fare a fasi alterne, ma ho un peso troppo grande dentro.
e quando voglio una cosa me la voglio andare a prendere.
ma a volte le cose non si lasciano prendere.
e allora non ho + forze, mi stanco, mi siedo, e non mi alzo.
a volte vorrei avere una giornata di 50 ore davanti, e riuscire a fare tutto.
siamo passeggeri distratti, e l'ho capito solo ora.

Ciao Debora




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13 gennaio 2008

Primo Capitolo: Tracce di Sangue nell'Alcool

mi sono tenuta per me quei cinque giorni di pura follia passati in montagna.
abbiamo avuto tutto. il vino serio, il fumo serio, la gente seria.
anzi no, quella ci mancava. e infatti è stato un casino dal viaggio di andata a quello di ritorno, con gli occhi gonfi e il cuore pieno.
ho iniziato il mio 2008 abbracciata ad un ragazzo con un maglione viola che amo, mentre mi stringeva forte e mi teneva la mano per non farmi cadere, anche se in realtà ero io che reggevo lui perchè era messo peggio di me.
e ho iniziato il mio 2008 in una casa piena di spumante e vino, e poi cadendo dalle scale, e poi tra aria congelata su di un muretto ad aiutare questa meraviglia di ragazzo vestito viola a vomitare, mentre mi diceva frasi che quando sei ubriaca ricordi come le più belle.
esco con gente fantastica. di quella gente che anche una serata in apparenza tranquilla si trasforma in qualcosa da raccontare, e se qualcosa è da raccontare vuol dire che è stata una figata.
fatto sta che si sta bene così.
è ricominciata la scuola, valanga di sette e otto anche impensabili. valanga di soddisfazioni e sorrisi di mia madre. a volte il cervello sorprende.
settimana chiusa in casa a fare la brava studentessa e la sera doppiomalto, superalcoolici e cartine piene.
ieri sera la gente non faceva respirare, cercavo di non cadere tra parquet, bagni pieni, gradini e quant'altro ma avevo troppo alcool in corpo, troppo anche per camminare.
non capisco se è stato lo sbagliato, i due gin lemon o il cuba. fatto sta che ballo con loro e ci sono davvero tutti. camicie e new era, attaccati alle tipe o che mi abbracciano, ci sono le foto e ci sono i flash, sono tutti messi male e insieme fanno il solito casino che li contraddistingue, e sono stupendi.
a volte vorrei mettermi a urlare in mezzo alla gente che io amo queste facce che ho davanti.
sono persone totalmente diverse tra di loro, ma a tutti voglio lo stesso bene. possibile?
possibile.
e poi c'è un abbraccio che vale di più, messaggi che valgono di più, poche parole ma che valgono di più.
aria fresca quando ce ne andiamo, ho stretto mani e ho visto cose che mi hanno riempito gli occhi d'amore.
la più eccitante attrazione è esercitata da due opposti che non si incontreranno mai.
sfatiamo ste frasi del cazzo, pliiiis.




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28 dicembre 2007

Sessantunesimo Capitolo: The End

aspettare è la cosa più stupida che esista al mondo. vuoi una cosa? vattela a prendere.

se no non si giustifica la mia voglia di partire.
giù o su?
su. per adesso.
poi chissà.
è un bel periodo. è stato un bel natale, ho vinto 20 euro, e li ho poi spesi tutti in alcool.
vedo gente meravigliosa, vivo giornate meravigliose, e mi sento pure un pò meravigliosa.
ma non parlerò di loro, perchè questo è il momento che mi piace di più.
quello in cui ci si ascolta qualche canzone esageratamente vecchia ed esageratamente malinconica e si pensa.
o, nel mio caso, si leggono centinaia di parole su di un vecchio quaderno che prima era bianco e ora è perennemente macchiato di inchiostro.
l'unica pecca è il sole.
per un animo d'artista come il mio, per questo genere di cose bisogna avere fuori una bella giornata di pioggia. col cielo pure un pò grigio.
di quelle giornate che sai che non uscirai di casa ma ti sdraierai sul divano a mangiare schifezze e a piangere un pò.
ma dicevo, questo è il momento che mi piace di più.
quello in cui mi guardo indietro, e vedo vittorie e sconfitte, e rivivo momenti che solo quando voglio io tornano e mi abbracciano.
l'anno della ripresa.
dopo un 2006 di cuore malato che se ci penso ancora non riesco a riderci su ma so che quando lo racconterò ai miei nipoti lo farò sicuramente.
mi serviva solo un pò di forza, e solo un pò di coraggio.
coraggio di abbandonare tutto quello che pensavo di avere, ma che alla fine si è rivelato solo di passaggio.
perchè quando capisci che regali amore, allora devi avere il coraggio di tenertelo tutto dentro, anche standoci un pò male, ma sperando di incontrare qualcuno a cui farlo vivere nel modo migliore.
l'amore è una cosa troppo bella per permettere a qualcuno di usarla in quel modo.
forse mi ci volevano solo un bel paio di occhi azzurri, qualche ora buca a scuola, e tanti tanti tanti sguardi.
e poi mi ci voleva una sciarpa rossa da vedere su di lui, che poi sapeva di lui, e pensare di lui, e immaginare qualcuno che non esiste e proiettarlo su di lui perchè lui è stupendo, e qui non ci piove.
e capire che se idealizzi una persona, prima o poi devi ammettere che quella persone esiste solo per te, ma in realtà col cazzo che esiste davvero.
ma prenderla sul ridere, comunque.
e poi conoscere e perdere. che si perde sempre qualcuno e qualcosa, durante un viaggio lungo un anno.
conoscere città lontane, mari profondi, cartine piene di fumo sconosciuto, suonare bonghi, bere rhum, e ridere fino a star male.
ho nel cuore maiorca, barcellona, ibiza, malaga, marsiglia, tangeri e gibilterra. e tutto ciò che queste città ci hanno dato.
e poi ho nel cuore chi ha vissuto con me tutta quella settimana. settimana di follia, che quando ci ripensiamo abbiamo i cuori negli occhi.
"e quante volte quest'anno mi sono detto, sono stanco prima piango dopo mi alzo"
mia madre, e vederla in un letto di ospedale. e sentire tante persone vicine che mi dicevano che aveva vinto.
ma quella era solo la seconda vittoria perchè la prima siamo noi.
e poi vederla sorridere. che il sorriso di mia madre è la cosa più bella che abbiano mai inventato.
e il rap. la gente rap, le serate rap, tutto ciò che era dannatamente rap e starci bene perchè ci sentivamo anche noi un pò rap.
condividere la musica con chi può capirla.
le serate e le jam, il violet e Vacca. e Bassi. e Kuno. e Loyd. e Bat.
e gli amici, che più rap di loro non c'è davvero niente.
e ripartire. dopo una giornata di giugno su di una panchina con lui sapendo che niente poteva iniziare ma solo finire.
e sentirmi per la prima volta felice di saperlo senza essermi illusa troppo.
vivere con loro quattro giorni in una tenda che sapeva di ananas. bere sbagliati, shekerati, fare bagni e urlare, sdraiarci su uno scoglio col sole in faccia e pezzi di diamanti tra le onde, e la silvia e i balli per i bambini, e bere troppo fino a star male, e tornare a casa con la tonsillite ma troppe cose stupende dentro.
e ripartire. per quel posto che ci aspetta e, nonostante tutto, non ci delude mai.
sentire abbracci addosso che sono mancati per un anno, vedere persone cambiare, e perdere qualcuno, perchè è giusto cosi.
di loro ho già parlato, ma qualunque parola non basta. loro sono il mio riflesso. ho qualcosa di loro e loro hanno qualcosa di me.
e solo quando stiamo insieme ci sentiamo davvero completi.
e riabbracciarlo. vedere i suoi occhi azzurri e le sue espressioni mentre mi parla.
e incazzarmi con me ma rifletterlo su di lui. scambiare affetto per amicizia. stare con altri quando volevo lui.
non avere il coraggio di prendermi qualcosa che da quando conosco sento mio.
lasciarlo li, e ricordare solo le cose più belle, il sapore di liquirizia e il profumo del mare.
il sole che viene fuori e ci colora gli occhi mentre come sempre ridiamo, ci raccontiamo e facciamo casino.
volerlo e non riuscire ad averlo. andare via sperando di vederlo arrivare.
perderlo, forse. o ritrovare una persona che manca e sa mancare.
milano, e le serate con loro.
milano, e avere vicino loro 4 e capire che lo stile è quando siamo unite.
non chiedere niente di più, perchè loro sono tutto ciò che mi basta.
e le serate in piazza, e le serate immerse nel passato, e perdere serate che non abbiamo più sentito nostre.
o che forse non ci sono mai appartenute davvero.
milano, e le serate a segrate. e bere e bere e bere e bere.
e star bene.
ci sono stati i momenti del cazzo, ma quelli ce li ha ogni vita che si rispetti, e a volte capitano per poi farti capire quanto sei forte.
perchè senza dolore la vita non insegna.
perchè senza l'amore non c'è niente che basti, ma come dice Freccia, gli amici e le serate, e ciò che hai, quel buco che hai dentro a volte te lo riempiono.
ho odiato tanto, soprattutto me stessa, e ho amato poco, ma con tutta me stessa.
ho perso qualcosa, ma se era davvero importante tornerà.
perchè a volte anche se ti vai a prendere ciò che vuoi, non sempre lo trovi.
è stato difficile vivere questo anno, ma ho stretto forte tante vittorie passando prima sopra tante sconfitte.
noi siamo ancora qui, e siamo in piedi, le nostre cicatrici ci sono ma le nascondiamo, perchè abbiamo ancora tanto da dare e tanto da andarci a prendere.
perchè prima o poi, ciò che cerchiamo, lo troveremo.
perchè la vita è una sola, e se si vive una volta sola vivo col cuore in gola.
e questa è una delle frasi che sento più mie.
cosa vi auguro?
di avere la forza di rimettervi in piedi, semmai cadrete.
ma vi auguro anche di cadere qualche volta, perchè solo quando sei in basso riesci davvero ad apprezzare quello che hai.
e poi vi auguro di poter amare senza aver paura di farlo, e questa è una cosa che auguro anche a me.
 
 
 
 
[buon 2008. ecco cosa vi auguro]
 
 
 
 
 
 
 
 
 




permalink | inviato da PuLcE_yEp il 28/12/2007 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

21 dicembre 2007

Sessantesimo Capitolo: IL Liga

18 dicembre duezerozerosette

ti abbiamo aspettato per tre mesi e tre ore al freddo.
a ingannare il tempo con cartelloni, sigarette, risate e parole.
ti abbiamo ascoltato da una radio in una multipla che andava veloce su una strada che portava a te.
ti abbiamo vissuto dalla prima all'ultima nota.
e sei spuntato dietro di noi, puntualissimo, camminando su quella passerella guardandoci e sorridendo, come se l'avere davanti tutte quelle persone fosse la cosa più normale del mondo.

 
 
Metti in circolo il tuo Amore..
 
 
battiamo forte le nostre mani per farti sentire che ci siamo.
ci senti Liga?
abbiamo ballato sul suono prepotente di una batteria, mentre ci raccontavi di una bambolina e di un barracuda, ci siamo fatti sentire da qualcuno li sopra mentre ballavamo sul mondo, abbiamo riso per quel fax e la CESAM (che cazzo è successo a Mario) per poi sentirti dire sorridendo che Mario sbuffa e tira fuori i conti del Bar.
siamo saliti in alto, più in alto, per vivere il giorno dei giorni, e poi ti abbiamo ascoltato quando ci hai detto che il patto è stringerci di più, e noi ci siamo abbracciati per la millesima volta, urlando contro il cielo.
abbiamo incollato i nostri occhi alla meraviglia di quello schermo, leggendo i tuoi messaggi ambientali, e con i cuori negli occhi abbiamo letto tutti quei Credo di radiofreccia, ripassando le immagini del tuo film.
ci hai dedicato un intera canzone, sapendo che le donne lo sanno, e ci hai detto di non avere paura, perchè ci pensa la vita, ti han detto così?
e poi abbiamo pianto, e ci siamo abbracciati, e con i nasi all'insù cercavamo di vedere il tuo viso lontano, mentre recitavi quella che è poesia pura di certe notti.
ci hai regalato solo la tua voce duranti gli ostacoli del cuore, e abbiamo ammirato lo spettacolo di una piccola stella senza cielo tenuta su solo da un filo.
abbiamo urlato, sapendo che l'amore dà degli appuntamenti e poi viene quando gli pare, ci siamo guardate negli occhi urlando quelle frasi che ne sanno più di noi, chiedendoci come sia possibile tutto questo.
ci hai detto che chi non crede nella magia non potrà mai viverla.
ci hai detto che passa tutto quanto, che solo un pò di tempo e ci rideremo su.
ci hai raccontato che i duri hanno due cuori, di Marlon Brando e del suo maggiolone cabriolet, e di cosa non riesci proprio a metter via.
volevamo cantare con te e per te ancora per chissà quanto, per dirti che comunque vada saremo sempre sulla tua strada.
e poi ci hai dato la Buonanotte, sulle immagini di chi non c'è più, e di chi c'è ancora. sulla nostra Italia fatta di vittorie e sconfitte.
fatta di cinema e mafia, di sport e musica, di politica e potere.
 
 
come se gli Angeli fossero qui, a dire che si, è tutto possibile..
 
 
abbiamo battuto forte le mani, perchè sei un poeta e solo i poeti sanno farti arrivare davvero lontano. perchè solo tu hai saputo raccontarci le cose più difficili con le parole più semplici. perchè se una canzone sa insegnarti qualcosa, vuol dire che chi l'ha scritta l'ha fatto col cuore.
perchè aspettare al freddo, e poi in piedi, con un panino nello stomaco e il cuore che va a mille, è sempre un'emozione troppo grande.
perchè vedere gli occhi di chi ti sta accanto sorriderti e poi cantare con te è qualcosa per cui non hanno ancora inventato le parole.
rifarei tutto da capo, con loro vicino a me che mi hanno dato una spalla per piangere o uno sguardo per urlare ancora di più. perchè la musica unisce persone, ma se le persone non sono quelle giuste, niente ha il valore che dovrebbe avere.
 
 
tutto questo sarà sempre troppo poco.
le parole hanno il potere di fare arrivare gli altri dove tu vuoi che arrivino, ma i battiti del cuore e gli occhi lucidi, quelli, nessuno sarà mai in grado di descriverli.
 
 
"certe notti sei solo più allegro più ingordo più ingenuo e coglione che puoi
quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere smettere MAI"



"signora o troia agita il culo sembra con intenzione"



 
GRAZIE LIGA




permalink | inviato da PuLcE_yEp il 21/12/2007 alle 11:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

15 dicembre 2007

Cinquantanovesimo Capitolo: Che si ce devi annà ce devi annà

Te c'hanno mai mannato
a quel paese
sapessi quanta gente che ce sta
er primo cittadino e' amico mio
tu dije che te c'ho mannato io
e va e va
va avanti tu
che adesso c'ho da fa'...
sarai la mia meta'
ma si nun parti
diventi un altro po' la mia trequarti
e va e va
nun puoi sape' er piacere che me fa'...
magari qualche amico te consola
cosi' tu fai la scarpa
e lui te sola
senti a coso
mica t'offendi se
te do del tu
te c'hanno mai mannato
a quel paese
sapessi quanta gente che ce sta
a tte te danno la medaglja d'oro
e noi te ce mannammo tutti in coro
e va e va
chi va con la polenta e baccala'...
io so' salmone
e nun me 'mporta niente
a me me piace anna' contro corente
e va e va
che piu' sei grosso
e piu' ce devi anna'...
e t'a ritroverai nel posto giusto
e prima o poi vedrai
ce provi gusto
te c'hanno mai mannato a quel paese
sapessi quanta gente che ce sta
cosi' che m'encoraggio
e me consolo
cor fatto de mannammece da solo
e va e va
che si ce devi anna'
ce devi anna'...
tanto se te anniscondi dietro a un vetro
na mano c'hai davanti e l'altra dietro

e va e va
e' inutile che stamo a litiga'...
tenemoce abbracciati stretti stretti
che tanto prima o poi
ce annamo tutti
a quel paese

A volte non ottenere ciò che si vuole, è una gran botta di culo.

Yeah.




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11 dicembre 2007

Cinquantottesimo Capitolo: Baby il Mondo Ha Sempre Ragione

è natale. lo capisco dalla pubblicità dei vari panettoni.
e da quella canzoncina che odio ma che perennemente passano in tv.
a natale puoi fare quello che non puoi fare mai.
ma fottiti bambina del cazzo.
avevo l'ispirazione di scrivere. perchè tra poco sono in vacanza.
e mi gratterò la pancia tutto in tempo ingurgitanto cartellate e struffoli perchè ultimamamente ho notato di avere poca cellulite, e la cosa mi sta in culo (in tutti i sensi).
in realtà ho passato dei giorni fantastici. ma non ho scritto niente.
volevo solo viverli. perchè descrivere sempre tutto?
alcune cose sono solo di chi le vive.
eravamo tutti in Duomo, ma tutti proprio.
venti cristiani calabresi, con i loro accenti e i loro modi di fare.
con quegli sguardi che sanno di mare e con quelle voci che mi ricordano giù.
ci siamo ritrovati tra Berlusconi e Kakà. che alzava il pallone d'oro e la gente impazziva.
abbiamo mangiato. poi loro sono andati via, ma ne è rimasto uno.
e il che è tutto dire. il freddo ti sfiorava ma non si incastrava tra le ossa facendoti battere i denti, perchè le risate con lui erano troppe e troppo forti.
chiusi in un bowling. a mangiare una pizza.
una tavolata di persone vere. come dice un ragazzo dagli occhi azzurri che io adoro perchè semplice e dolce. fidanzato con una del '92 che ha mangiato vicino a me sembrando una di venti.
e facendomi odiare ancora di più quella roba li che hanno solo loro che si amano.
sono stata con le mie cagne. sabato sera a vedere Ciao Darwin. a ridere durante la macchina del tempo. a fumare Camel perchè non avevo soldi per comprare il tabacco, e per i regali vado a vendere il culo, magari.
ho preso otto in matematica e altrettanto in storia e inglese. e non è mai successo perchè nn avevo mai studiato. e per non pensare mi sono messa a studiare e per la prima volta mi sono congratulata per tutto quell'impegno.
ho ballato, come una pazza. d'appertutto. la mattina, il pomeriggio. con loro, in quella sala
da sola, davanti a lui. ai suoi rasta. ho sentito miei tutti i pezzi, tutti i passi.
per la prima volta guardavo me non le altre. non c'erano loro, c'ero io.
ed è bello.
mi sono tagliata i capelli. corti. volevo levarmi da dosso tutta quella massa castana.
io non sono da capelli lunghi da brava ragazza.
sono andata in giro con la mia coppola, con una sigaretta girata in mano, e mi sentivo molto artista.
volevo smettere di fumare ma poi la sigaretta tra unghie rosse da un'aria cosi poetica che ho deciso di nn rinunciare alle mie poche sigarette giornaliere.
ho visto una sua foto ieri sera, mentre per caso ne guardavo altre, e non ho dormito.
non ho chiuso un occhio. sono andata a scuola con le occhiaie, fanculo a lui e all'insonnia.
gli ho scritto. giusto perchè da settembre volevo dirgli che è un pezzo di merda.
e quindi gliel'ho detto. mi ha chiesto se ero ubriaca. sono rimasta senza parole.
mi ha detto che per lui non è successo niente.
fottiti, no ma dico, fottiti. capito?
Bologna non mi vedrà mai. mai. fottiti insieme a lui.
il passato lo rimpiange chi non ha futuro. intesi?






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24 novembre 2007

Cinquantasettesimo Capitolo: La Ragazza Della Fattoria

Edie è morta a 28 anni per overdose.
ma è stata la Musa di Warhol. 
l'unica.
la sola.
quella che anche se dopo ce ne saranno mille altre nn saranno mai come lei.
a me manca l'anna.
mi manca talmente tanto che mi sta anche sul cazzo commentarle il blog.
stamattina sono andata allo IULM, e mentre salivo le scale mobili che sembrava di essere in un centro commerciale pensavo che a volte vorrei avere il numero di telefono del mio futuro, così, per chiedergli se sto salendo la scala giusta o se è meglio scendere.
anche se scendere da scale mobili che vanno dal verso opposto l'ho sempre trovata un impresa ardua.
Bassi ha fatto un nuovo EP.
Fibra ha scritto una canzone su Tommy. mi ha emozionato. per la prima volta.
e ha emozionato anche mia sorella. questo vuol dire tanto per il rap italiano.
stasera, per la prima volta nella mia vita, non so cosa fare.
non so dove andare. non ho un posto in cui andare.
e, a parte loro due, non ho più nessuno.
nonostante questo non mi sento sola. neanche un pò. ed esco solo perchè oggi ho comprato delle scarpe troppo stilose che voglio mettere entro stasera.
ho trovato un motivo per uscire. tiè.
ho capito che voglio stare da sola. dopo quell'uscita disastrosa non mi sono incazzata, non ero triste, non ero depressa. ero anche più felice.
l'altra sera ho visto Mono e c'era Liga.
vorrei avere la sua voce per ogni volta che la vita mi va di merda.
la musica la spingi dal cuore? spingi il vero.


 




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21 novembre 2007

Cinquantaseiesimo Capitolo: Tanto Vale Vivere

l'ho visto li. in piazza. da solo. che aspettava me.
ho pensato che faceva davvero freddo.
ha quel giubbotto che costa chissà quanto.
e ho pensato che è troppo uguale al resto del mondo.
abbiamo iniziato a camminare, tra lampioni e vie che sembrano uscite da vecchi film,
e ho pensato che se avesse avuto il coraggio o solo la voglia, in quel momento, di prendermi e baciarmi, sarebbe stato figo.
non perfetto o romantico o strafantastico. semplicemente figo.
siamo entrati in quel locale, abbiamo parlato e ascoltato le canzoni che uscivano dal megaschermo.
e ho pensato che la pinacolada era davvero buona. forse troppo schiumosa, ma buona.
mi ha chiesto dei miei sabato sera. mi ha chiesto delle mie storie. mi ha chiesto della mia scuola. della mia università. mi ha raccontato di nonsoqualerissadiqualchesuoamico in un locale sabato.
mi ha detto che in questi giorni la macchina di nonsoqualesuoamicofosse si è ribaltata a questa rotonda qui davanti. la vedi? guarda quel palo e quei vetri rotti, li vedi? ecco, qui.
ho pensato che ho troppe duppiepunte, e che sarei andata dal parrucchiere entro questa settimana.
abbiamo continuato a camminare. mi parlava del suo lavoro. pensavo all'ultimo album di Fibra.
mi ha chiesto di parlargli di me.
ok.
Sara. 18 anni. vorrei camminare con uno che anche se non mi conosce abbia il coraggio di prendermi per mano. vorrei fare la scrittrice, semplicemente perchè penso che le parole abbiano il potere di far arrivare la gente dove tu vuoi che arrivi. e semplicemente perchè quando tutto va di merda e quando tu stai di merda, basta scrivere per riuscire a respirare meglio.
non credo in Dio ma ci parlo spesso. credo in me e credo in chi crede in me. vorrei innamorarmi. di uno che mi ama. di uno che quando mi vede gli si blocca il cuore. di uno che quando mi vede non ha più saliva in bocca. vorrei raccontare anche io a chi mi sta accanto che sono davvero felice. vorrei che sto cazzo di cuore iniziasse a funzionare ancora. vorrei sedermi qui, ora, in questo campo da calcio senza recinzioni, dove i bambini di questi grandi palazzi scendono a giocare ogni giorno, e vorrei farti ascoltare almeno 3 quarti delle canzoni che ho nell'mp3, ma so che non capiresti cosa provo quando sento ste parole.
vorrei uno che capisse cosa provo quando ascolto ste parole.
leggo troppi libri. vedo troppi film. dico che non me ne fotte un cazzo dell'amore, che non lo cerco, sapendo che dico stronzate. cerco in ogni dove qualcosa che mi smuova. ma ultimamente non c'è niente che mi sappia smuovere davvero. vorrei andarmene, perchè qui mi sta stretto tutto, ma so che se lo facessi, mi sentirei troppo libera senza tutta quest'aria pesante addosso.
e poi vorrei che al posto tuo ci fosse un altro, che sia come me. che mi faccia ridere, che mi prenda per il culo. che mi abbracci quando meno me lo aspetto. che anche se non mi conosce mi metta a mio agio. cazzo, cosa ci vuole?
vorrei, per una volta, sapere cosa si prova.

vuoi che ti parlo di me? non so cosa ne sarà del mio futuro. non ho ancora le idee chiare. per ora penso solo a prendere il diploma e poi chissà.
tutto questo è durato un ora e mezza. mentre era a letto e finalmente al caldo mi ha scritto.
da quanto un ragazzo non mi diceva che era stato bene con me?
da quanto non leggevo sta frase scontata e banale?
da troppo. dico che non mi so accontentare. e che non voglio farlo.
dico che non apprezzo niente. che non ne sono più capace.
e mentre mi riempie di squilli aspettando una mia risposta penso che ciò che cerco non esiste.




permalink | inviato da PuLcE_yEp il 21/11/2007 alle 15:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


 

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